mostre

Steve McCurry

MACRO Testaccio - dal 3 dicembre 2011 al 29 aprile 2012


Se mai nella vita, guardando una fotografia, avete pensato: “questa non è solo tecnologia, è arte” non potete perdere questa mostra delle... opere di Steve McCurry; fotoreporter pluripremiato, maestro riconosciuto che da oltre trent'anni, con uno stile inconfondibile anche per i profani, contribuisce allo sviluppo e al prestigio crescente di quest'arte figurativa.
La mostra si tiene alla Pelanda di Testaccio, spazio “rubato” all'industria della macellazione, ormai sede espositiva tra le più suggestive del Museo d'Arte Contemporanea di Roma: “Great place” l'ha definita oggi McCurry presentando al pubblico romano quella che non ha esitato a etichettare come la migliore esposizione della sua vita. Molto del merito va a Fabio Novembre, architetto e interior designer che ha curato il geniale (parola del maestro) allestimento della mostra: le 200 e passa foto sono appese a semi cupole plastiche; una struttura leggera ma avvolgente che ricorda gli igloo del polo, o le tende dei nomadi delle steppe. Si passa da una cupola all'altra per una ventina di volte, ed è come entrare in un turbine di immagini che circondano lo spettatore, obbligato a voltarsi, guardare in alto, confrontare volti e situazioni come se fosse avviluppato da tanta umanità. Le foto sono divise per temi, senza seguire una logica temporale o geografica.
Si inizia con i neonati e i bambini, ed è un impatto duro: è un'infanzia ferita, vagabonda, malinconica, persino armata; bambini afgani, indiani, birmani, sfruttati nei lavori più duri e dagli sguardi troppo adulti. Poi arrivano scene allegre: una cupola mostra partite di calcio a piedi nudi per la strada, nei cortili dei monasteri tibetani e tra le barche in secca di un villaggio di pescatori. Steve McCurry ha un gusto quasi caravaggesco del colore e del ritratto; la celebre ragazza afgana, Sharbat Gula, la cui storia viene approfondita con foto inedite scattate anni dopo quella più famosa, la sua espressione fiera e intensa, i suoi occhi, il suo velo rappresentano solo il prototipo degli incredibili visi che fissano il visitatore da ogni angolo: anonimi bramini, minatori, mercanti, artisti, gondolieri, scolari, monaci, contadini, soldati, compongono un catalogo completo dell'umanità. I loro ritratti si accostano senza ulteriori riferimenti: niente storie o spiegazioni, solo data e luogo dello scatto; e così Robert De Niro e Aung Aan Suu Kyi si incontrano come per caso, in mezzo a cammellieri e suore, fruttivendoli e addestratori di elefanti.
Certo è un'umanità in prevalenza povera e dolente, ma se c'è un messaggio di fondo è che uomini e donne, in qualunque paese e condizione sociale vivano, hanno simili passioni e comuni sofferenze: le inondazioni tropicali e i pozzi arabi in fiamme; le tempeste di sabbia del deserto e le maree di petrolio sulle coste; il dolore negli ospedali africani e le torri gemelle fumanti; la solidarietà tra i mutilati dalle mine e quella tra le rovine dei terremoti giapponesi; e così si scopre, grazie ad uno degli accostamenti più riusciti dell'esposizione, che un gondoliere veneziano e un barcaiolo birmano, remando su acque placide, compiono quotidianamente lo stesso identico gesto. Sotto una cupola ci sono solo foto con alberi al centro: chi ci dorme sopra, chi ci bivacca sotto; chi ci si ripara dalla tormenta, chi ci cerca riparo per amoreggiare. Sotto un'altra cupola gli uomini entrano in acqua: chi per raccogliere riso, chi per salvare le proprie cose dall'alluvione, chi per spingere una barca, chi per una cerimonia religiosa.
Ci sono anche tante foto “italiane” che McCurry ha scattato in Umbria e Sicilia, a Venezia e Roma. Nella nostra città il suo sguardo è stato attratto dalla variopinta confusione di Porta Portese, dalle effusioni tra due ragazzi al Pincio, da una sepoltura monumentale al Verano, da una colazione all'italiana con affaccio sulla Fontana di Trevi e dagli improbabili accostamenti di divinità, santi e idoli vari nelle botteghe degli artisti e nei magazzini di Cinecittà.
Merita la citazione anche il progetto “The last roll”, documentato dal filmato di National Geographic Channel visibile dagli schermi allestiti nella sala che fa da anticamera alla mostra vera e propria. Si tratta di 32 immagini (esposte tra le altre) scattate dal fotografo in tutto il mondo, utilizzando l'ultimo rullino di pellicola, prodotto dalla Kodak prima di arrendersi alla rivoluzione digitale: ritratti preziosi, realizzati con una parsimonia e un'attenzione, dettate da una circostanza che non si verificherà mai più.
Con un po' di prospettiva storica, si può guardare a questa mostra come a un'antologica di un artista contemporaneo che abbatterà le barriere dei secoli; come aver assistito a una mostra di Picasso negli anno '40 o aver curiosato nello studio di Vermeer a metà del '600. Le foto di McCurry sono arte, ma anche realtà: uno sguardo a volte ironico, a volte commosso, a volte estasiato e altre desolato, che scruta attento e coinvolto tutte le società del nostro tempo. Se un archeologo del futuro dovesse trovare sepolto chissà dove un catalogo di questa mostra, potrà avere un'idea abbastanza chiara di com'era la vita su questo pianeta a cavallo tra il XX e il XXI secolo.
(Giuliano Giulianini)

Macro Testaccio
Piazza Orazio Giustiniani 4
Orari: mar-dom 15-23
Ingresso: intero 10 euro; ridotto 8 euro
Per informazioni: www.stevemccurryroma.it; tel. 060608.

 

Nella foto in alto: Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi di Nasir Bagh vicino a Peshawar, Pakistan, 1984
(copyright Steve McCurry)

 

 

Pescatori, Weligama, costa Sud, Sri Lanka, 1995
(copyright Steve McCurry)

 

 

 

 

L'allestimento della mostra al Macro (foto GG)