libri e film
To Rome with love
10 maggio 2012
Non è un capolavoro di film, questo omaggio a Roma (e all'Italia non dimentichiamolo) ultima fatica di Woody Allen. Non è neanche un film noioso però; e del resto non si possono pretendere film epocali ogni anno, da un regista di 76 anni. La trama mette insieme quattro storie, separate ma contemporanee, ambientate nella Roma di oggi e introdotte da un vigile-narrante che saluta il pubblico dalla pedana di piazza Venezia e per fortuna poi sparisce dal film.
Una coppia di ingenui provinciali viene nella capitale con la promessa di un buon lavoro: è l'episodio più "romano", in cui i vizi, i potentati, le lusinghe della grande città che promette celebrità e denaro, tentano due ragazzi "per bene" appena sposati. Li accoglie e li travia, quella città "meretrice" incarnata da Penelope Cruz che con un'intuizione geniale di Allen si paragona a Michelangelo perché entrambi lavorano sulla schiena.
Un banale impiegatuccio (Benigni) assurge senza motivo agli onori delle cronache nazionali: è la storia più "italiana", in cui l'anonimo Leopoldo Pisanello viene tormentato da fotografi e giornalisti per sapere che cosa mangia a colazione e "scoop" simili; all'inizio subisce l'improvvisa celebrità ma poi ne comincia a godere i frutti, soprattutto sessuali.
Una coppia di studenti americani che vive a Trastevere vede in pericolo il rapporto con l'arrivo di una sensuale amica di lei: è l'episodio "newyorkese" che ormai Allen mette quasi in ogni film, con la coppia giovane, idealista e innamorata che viene travolta dalla tentazione del tradimento. Qui in aggiunta ci sono le rovine romane sotto il diluvio (mica male però) e l'elemento surreale dell'amico maturo (Alec Baldwin) che entra di forza nella narrazione, pur essendo un personaggio reale, mettendo in guardia i protagonisti dei pericoli a cui vanno incontro.
Una turista americana si innamora di uno squattrinato avvocato romano e invita i suoi genitori a Roma per conoscerlo: è l'episodio migliore, più originale e "alleniano" dei quattro. Woody è sulla scena con tutto il suo bagaglio di mimiche (ad esempio quando si guarda la mano che ha stretto al becchino) e battute salate sulla psicanalisi, sul comunismo, sugli ipocriti e su se stesso (che non sveliamo). Interpreta un Danny Rose in pensione che scopre un talento della lirica il quale però sa cantare solo sotto la doccia. Quel che ne esce sono un paio di scene esilaranti e qualche momento fiacco. Ne valeva la pena? Si.
Qualche critica: vedere sullo sfondo, con una o due battute, attori come Gianmarco Tognazzi, Lina Sastri e Ornella Muti, quando sulla scena hanno più spazio dei signor nessuno è un vero peccato. Come pure è un peccato aver sprecato la verve di Benigni in una parte e una storia che nelle premesse sarebbero brillanti ma che poi risultano abbastanza incolori e scontate.
Però Woody Allen ha realizzato un film "su" Roma, e non solo "a" Roma e, a differenza dell'omaggio a Parigi dello scorso anno (film decisamente migliore), compare di persona sullo schermo, nel suo classico, eccezionale e (in futuro) mitologico personaggio. Un giorno, per il prestigio e l'immaginario cinematografico di questa città, tutto ciò avrà un valore a prescindere dalla cifra artistica del film: come lo hanno avuto finora Gregory Peck e Audry Hepburn, Anita Ekberg con Fellini, Russell Crow e "Il gladiatore".
La città vista da Allen è realistica e credibile: le strade non sono piene di fiori, i muri del centro sono "sbreccati" e la gente non va in giro vestita di Armani; al tavolino del bar si beve l'aperitivo, la "Roma bene" fa le feste nelle ville fuori porta e non si fa colazione col tacchino (come ci è toccato vedere in "Eat, pray and love"). Ogni tanto, forse, si vede una Vespa rossa di troppo, ma casualmente, chi scrive, uscendo dal cinema di periferia dove ha visto il film, si è accorto di aver parcheggiato per l'appunto a fianco di una Vespa rossa. Quindi va bene così. (GG)
Il cinema giapponese legge i classici
Ist. Giapponese di Cultura - dal 21 febbraio al 22 marzo 2012
Ogni martedì e giovedì, fino al 22 marzo, l'Istituto Giapponese di Valle Giulia offre ai cinefili una rassegna di film tratti da opere letterarie del XX e XXI secolo. Le proiezioni, ad ingresso gratuito, sono tutte in lingua originale, sottotitolate in inglese o in italiano.
Giovedì 1 marzo
FIRES ON THE PLAIN di Kon Ichikawa ("Nobi", 1959, B/N, 104'; sott. in inglese)
Il film è tratto da un romanzo di Shohei Ooka, e racconta gli ultimi, terribili, mesi di guerra sull'isola di Leyte nelle Filippine, dove il soldato Tamura cerca di sopravvivere alla fame, alla giungla e agli orrori che il film di Ichikawa presenta in maniera cruda e realistica.
Martedì 6 marzo
THE ECHO di Mikio Naruse ("Yama no oto", 1954, B/N, 94’; sott. in inglese)
"Il suono della montagna" (traduzione letterale del titolo originale) è un romanzo del 1954 di Yasunari Kawabata, scrittore cui venne assegnato il Premio Nobel nel '68. Una giovane moglie, Kikuko, tradita dal marito Shuichi, trova conforto nell'affetto paterno del suocero. Quando la cognata fugge di casa, gelosa di questo rapporto, l'anziano genitore si mette ad indagare sulle relazioni extra coniugali del figlio, scoprendo che la situazione si è complicata anche nei confronti dell'amante.
Giovedì 8 marzo
THE KI RIVER di Noboru Nakamura ("Ki no kawa", 1966, colore, 173’; sott. in inglese)
Il film, come il romanzo omonimo di Sawako Ariyoshi, ripercorre la storia del Giappone nella prima metà del XX secolo attraverso le vicende della famiglia Shintani,e in particolare attraverso tre generazioni di donne: madre, figlia e nipote. La prima Hana, tradizionale, educata a comportamenti aristocratici, sposa un funzionario in carriera; la seconda, Fumio, partecipa alla rivoluzione sociale del femminismo e rompe con le tradizioni familiari; la terza, Hanako, cresce nel Giappone sconfitto dalla guerra e in una famiglia ormai decaduta dal prestigio passato.
Martedì 13 marzo
THE WOMAN IN THE DUNES di Hiroshi Teshigahara ("Suna no onna", 1964, B/N, 122’; sott. in inglese)
Il romanzo "Donna di sabbia" di Kobo Abe ha ispirato questo particolare film dai toni quasi surreali. Un insegnante di liceo passa una giornata presso un villaggio in riva al mare, dedicandosi a collezionare insetti. Costretto a restare per la notte, viene indirizzato dai paesani nell'abitazione di una donna sola che vive in fondo a una cava di sabbia. Il mattino dopo scoprirà di essere prigioniero della donna, della sabbia e degli abitanti del villaggio.
Giovedì 15 marzo
SILENCE di Masahiro Shinoda ("Chinmoku", 1971, Colore, 130’; sott. in inglese)
Tratto da un romanzo storico del 1966 di Shusaku Endo, che ha partecipato alla sceneggiatura, il film
racconta di due gesuiti, Rodrigo e Galupe, inviati in Giappone per ristabilire la missione cristiana dopo un periodo di ostilità verso gli stranieri (siamo nella seconda metà del SEicento). Nell'analisi del contrasto tra due culture e due spiritualità molto diverse, si inserisce il mistero di un missionario, padre Ferreira, scomparso anni prima, che i due gesuiti devono ritrovare.
Lunedì 19 marzo
TSUGUMI di Jun Ichikawa ("Tsugumi", 1990, colore, 105’; sott. in italiano)
Dall'omonimo romanzo di Banana Yoshimoto (1989) è la narrazione di un'estate passata da due ragazze in una località di mare. Maria, universitaria a Tokyo, torna nella cittadina natia per le vacanze e ritrova Tsugumi, ragazza bellissima ma dal carattere difficile. E'un film di giovani, che si sviluppa sul tema dei difficili rapporti sentimentali tra ragazzi.
Giovedì 22 marzo
RINCO’S RESTAURANT di Mai Tominaga ("Shokudo katatsumuri", 2010, Colore, 118’; sott. in inglese)
Tratto dal romanzo del 2008 "Ristorante dell’amore ritrovato" di Ito Ogawa è un film sull'abbandono e la speranza. La protagonista viene abbandonata di punto in bianco dal fidanzato indiano; smette di parlare e torna a vivere in campagna con la famiglia da cui era fuggita. Il film si sviluppa intorno al difficile rapporto madre-figlia, complicato dal mutismo di quest'ultima, e si arricchisce di suggestioni culinarie, quando Rinco, la protagonista, decide di aprire un ristorante molto particolare. Il romanzo ha avuto molto successo anche nell'ambiente culinario, tanto che l'attrice
Kou Shibasaki è stata scelta per il ruolo di Rinco, anche perché in Giappone è una nota star dei fornelli.
Istituto Giapponese di Cultura
Via A. Gramsci 74 (Valle Giulia)
Orario: inizio proiezioni ore 19
Ingresso libero
Per informazioni: 063224794; www.jfroma.it
ACAB - All Cops Are Bastards
16 febbraio 2012
La trama segue le vicende di un nucleo della "celere", i reparti anti sommossa della Polizia di Stato. C'è il veterano (Marco Giallini) alle prese con un figlio neofascista; il leader (Pierfrancesco Favino) esacerbato da una filosofia personale fatta di onore, cameratismo e difesa della società portata all'estremo; l'agente esasperato a causa di una difficile separazione familiare (Filippo Nigro); l'ex poliziotto, ora guardia giurata (Andrea Sartoretti), fissato con il fitness; la recluta (Domenico Diele) che nasconde agli amici il proprio mestiere e deve mantenere una madre sotto sfratto. Sono uomini rudi e prepotenti, legati da una fratellanza che va oltre il dovere e da una violenza latente che li fa agire da giustizieri.
Il film però non emette facili sentenze, rimane in equilibrio tra la denuncia delle derive violente (non solo professionali) dei quattro poliziotti e le loro giustificazioni sociali: l'impunità e le provocazioni di malviventi, tifosi, immigrati e manifestanti; la miopia e il distacco dei dirigenti della Polizia dai problemi degli agenti; l'indifferenza della classe politica; il degrado sociale e urbano in cui "le guardie" si trovano sempre in prima linea.
La storia, ben scritta ma non particolarmente originale, ha il merito di indagare in un ambiente che finora è stato dipinto, con colori pastello, soltanto da impettite serie televisive. Il vero punto di forza del film è la regia (la prima di Stefano Sollima per il grande schermo): tecnicamente brillante, segue la vicenda senza scadere nell'ovvio; sottolinea i dettagli della scenografia per scavare nei personaggi e nella trama senza perdersi in inutili sproloqui. Con mezzo cast proveniente da Romanzo Criminale (sia dal film che dalla serie) Sollima (che della serie è stato il regista) ripropone ovviamente quel mix di dialoghi crudi e scene d'azione, primi piani "sospesi" e sequenze concitate, luci contrastanti e tinte forti, che hanno fatto le fortune recenti di questo genere.
La psicologia dei personaggi arriva chiara allo spettatore da elementi di contorno, come gli appartamenti e i quartieri in cui vivono, le persone che frequentano, perfino i tatuaggi che portano e i quadri che appendono alle pareti. Ne risultano dei ruoli ben definiti e discretamente sfaccettati; quattro poliziotti e una mezza dozzina di coprotagonisti, simili per estrazione sociale e stili di vita ma diversi per il vissuto alle spalle e per le scelte che fanno.
Dagli scontri allo stadio agli sgomberi dei campi roma; dal delitto di Gabriele Sandri allo nottata di sommosse che lo ha seguito; dalla vicenda della scuola Diaz (a cui i protagonisti si riferiscono con vergogna) all'omicidio della signora Reggiani che caratterizzò l'ultima campagna elettorale comunale; dai raid punitivi neofascisti alla morte del commissario Raciti fuori dallo stadio di Catania: in questo film-cronaca i protagonisti reagiscono ai fatti di cronaca nera di questi ultimi anni e ne sono parte attiva in alcuni casi.
Senz'altro, tra qualche decennio, ACAB risulterà un interessante spaccato della società italiana, come certi poliziotteschi lo sono stati per il periodo degli anni '70-80, e restituirà al futuro spettatore una prospettiva, parziale certo a tinte fosche, dell'ambiente delle forze dell'ordine all'inizio del XXI secolo. (GG)
La talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy)
16 gennaio 2012
Gli amanti dei vecchi e fumosi film di spionaggio che siano ancora in vita e frequentatori di cinema, non possono mancare l'appuntamento con questa pellicola di produzione anglo-francese.
Primi anni '70: i servizi segreti inglesi non sono più quelli eleganti e infallibili di James Bond perché sono in mano a personaggi ambiziosi, dalle dubbie capacità, snobbati dai colleghi americani, e sicuramente molto meno affascinanti di 007. In seguito al fallimento di una grossa operazione in Ungheria, la vecchia guardia, che ha vinto la guerra mondiale, cede il passo a una nuova generazione di spie arriviste che pre pensiona i propri maestri. Ma qualcuno sospetta che nei nuovi vertici ci sia un traditore al soldo dei sovietici, e incarica uno dei veterani, George Smiley (Gary Oldman), di indagare sulla talpa.
Ovviamente non si può anticipare troppo della trama senza rovinare il gioco di indizi sparsi per lo spettatore, ma vale la pena di citare una scena particolarmente riuscita: quella del flashback di una festa di Natale alla sede del "Circus" (i servizi segreti inglesi). Questa sequenza, spezzata in diversi frammenti richiamati durante tutto il film, rievoca gli ultimi momenti di allegria all'interno del gruppo di spie inglesi poi devastato da lotte intestine e scontri con i russi nel seguito della storia. Ebbene, qual è il culmine di festa "aziendale" in cui i capi, gli agenti, ma anche le segretarie e gli archivisti si ritrovano insieme per ballare, bere e civettare? Un babbo natale con maschera di Stalin che inizia ad intonare l'inno sovietico, che ovviamente tutti cantano in coro in perfetto russo.
La storia va avanti tra interrogatori e indagini, ragionamenti e poca, pochissima azione. Va infatti chiarito che questo non è un film per tutti: tratto da un romanzo del '74 di John Le Carré (coinvolto nella produzione) non è solo per l'ambientazione storica che richiama quei vecchi film cui si accennava. Anche la regia torna indietro di trent'anni (lo si intenda in senso positivo) e riduce all'osso sparatorie e omicidi, mentre non c'è traccia di tecnologie d'avanguardia e inseguimenti spericolati. E' un thriller cerebrale, in cui bisogna tenere bene a mente, nomi, soprannomi, volti e accadimenti appena accennati per farsi un'idea del quadro generale; il genere di film in cui bisogna capire da uno sguardo se tra due persone c'è una relazione sentimentale, e da una bandiera in secondo piano se la scena si svolge nell'ambasciata americana o nella sede del Kgb.
Il ritmo lento del film restituisce bene l'atmosfera della guerra fredda e ne riassume bene il carattere discreto ma inesorabile; certo però non può intrattenere chi, almeno dai tempi de "La Casa Russia" è abituato a spy stories con Brad Pitt torturato dai cinesi, o Harrison Ford che sventa attentati dell'IRA. Il bello di questa scelta stilistica è che i personaggi sono credibili: fragili o risoluti, buoni o cattivi tutti hanno facce "vere"; i bambini hanno gli occhiali e i rossi sulle guance, le donne (inglesi) i nasi imperfetti, e gli uomini, patrioti o traditori, sono minati da incoffessabili debolezze e abbondanti stempiature... altri tempi. (GG)
Midnight in Paris
7 dicembre 2011
Woody Allen è resuscitato! "Midnight in Paris" è un capolavoro della sua cinematografia, leggera e divertente, profonda e colta quanto basta; e stavolta l'ha scritto proprio in questo millennio, non l'ha tirato fuori da un cassetto dove era stato dimenticato negli anni '70 come "Basta che funzioni".
L'inizio però è spaventoso: Gil (Owen Wilson) sceneggiatore di blockbuster hollywoodiani è in vacanza pre matrimoniale a Parigi con Inez (Rachel McAdams) fidanzata pragmatica, arrivista, tanto arida e materiale quanto lui è romantico e poetico. Mentre Gil comincia a subire il fascino della capitale francese e sognare di trasfercisi per realizzare un romanzo tenuto nel cassetto, i due incontrano i genitori di lei, venuti a fare shopping, e una coppia di amici americani. Inez è infatuata dell'amico cicisbeo e pedante; i futuri suoceri, a cui Gil ovviamente non è mai piaciuto, sono yankees arricchiti e volgarotti, in una parola: "repubblicani", definizione che all'autore basta e avanza per inserire al momento giusto due o tre definizioni al vetriolo della categoria.
Insomma sembra che Woody ci sia ricascato: in una città straniera vista come in cartolina, una male assortita coppia newyorkese (anche se californiana) cammina sul filo della crisi. Ma poi accade il miracolo, la magia del genio: quando il protagonista si perde per le strade di Parigi e si odono i rintocchi della mezzanotte, il film si trasforma in una favola surreale in cui Gil si muove tra passato e presente, avanti e indietro con la facilità e l'imprevedibilità con cui si svolta un angolo sconosciuto. Lo scrittore frustrato del 2010 incontra i suoi idoli culturali nell'ambientazione dei suoi sogni: la Parigi dorata degli anni '20. Dialoga con artisti e letterati, fa vita da bohémien, ritrova ispirazione e fiducia in se stesso. Il tutto insaporito ad arte da una decina di personaggi di contorno (interpretati tra gli altri da Kathy Bates, Adrien Brody, Marion Cotillard e Carla Bruni) azzeccatissimi e funzionali alla trama: apparizioni che danno vita a scene sfiziose e dialoghi che strappano sorrisi e risate piene, conducendo gradevolmente il protagonista, e lo spettatore, a comprendere il messaggio dell'autore. Non sveliamo l'identità dei personaggi storici incontrati nel passato da Gil, perché parte della delizia del film è riconoscerli all'improvviso, godere dei riferimenti a capolavori dell'arte e aneddoti biografici, e gustarsi gli equivoci e gli sketch che il conflitto passato/presente genera a ritmo continuo.
Come nelle migliori opere di Allen, il film ha un messaggio di fondo non banale: la premessa è affidata all'antagonista Paul (Michael Sheen), il quale con malcelata perfidia dice a Gil che chi vive sognando il passato è insicuro nel presente e inadeguato a vicerci. La morale ce la riassume Gil stesso sul finale, in un dialogo per la verità in po' didascalico; in sostanza: ogni epoca ha avuto un suo fascino, sottovalutato da chi ci ha vissuto e venerato dai posteri; ogni periodo storico ha conosciuto artisti di genio che rimpiangevano i loro idoli del passato mentre, inconsapevolmente, creavano nuovi capolavori dell'arte e della cultura. Tanto vale quindi vivere il proprio tempo e cercare di realizzare nel presente i propri sogni.
Dimenticate le ambientazioni veneziane, londinesi (leggi) e spagnole dei recenti film "turistici" del regista di Manhattan: quelle città erano poco più che fondali per storie che avrebbero potuto benissimo svolgersi tra Central Park e il Greenwich Village. Parigi in questo film è più che una location: Allen fa alla città una dichiarazione d'amore tanto accorata da poter essere paragonata solo a quelle che Woody ha fatto a New York nei suoi film più belli. E non si può neanche dire che la ville lumière appaia troppo stereotipata su un immaginario di bistrò, cafés littéraires e salotti intellettuali, perché l'espediente narrativo che Allen utilizza (anzi, è il caso di dire éscamotage) non solo giustifica quei cliché ma ne fa il fondamento di tutta la trama. Geniale.
Owen Wilson interpreta bene il personaggio di Woody Allen (ebbene si, è sempre lui) ma, certo, è un peccato che il nostro non abbia più l'età per impersonare sullo schermo la sua creatura insicura, disincantata eppure sognatrice, che idolatra la cultura e combatte con fendenti dialettici le barbare banalità altoborghesi.
Stavolta Allen non è piaciuto solo in Europa, ma ha fatto centro anche in patria: il film è stato quasi unanimemente incensato dai critici e ha incassato più di "Anna e le sue sorelle" battendo il record del regista. Stesso successo di critica in Francia, dove ha debuttato a Cannes a maggio. Da noi è arrivato in sala pochi giorni fa, sull'onda di recensioni quasi tutte entusiaste, ed il pubblico in sala ieri sera al Giulio Cesare (abbastanza cinefilo) sembra essersi ricociliato con l'artista newyorkese. Da seguace della religione Wood-oo, scoraggiato dalle eresie degli ultimi film europei del divino, attendevo finora con angoscia il prossimo film girato l'estate scorsa qui a Roma. Dopo "Midnight in Paris" la fede si è rinsaldata e le aspettative sono alte: se il risultato sarà all'altezza di questo, come minimo bisognerà intitolare ad Allen un viale di Cinecittà. Intanto un boulevard se lo è pienamente meritato. (GG)
Warrior
16 novembre 2011
Se fino ad oggi, per Hollywood il guerriero moderno, in bilico tra la sua indole barbarica e le difficoltà della vita, sempre tentato di risolvere le questioni a suon di pugni era, appunto, il pugile, questo film segna il passaggio epocale, sul grande schermo, tra la nobile arte che ci regalò eroi di cellulosa come Rocky, Toro Scatenato, Lassù qualcuno mi ama e Cinderella Man e il nuovo sport del terzo millennio: MMA Mixed Martial Arts. Si tratta di un simil pugilato a mani quasi nude in cui i lottatori, usando anche le gambe e le prese stile lotta libera, si battono in una specie di gabbia. Nel film i due protagonisti sono due ex lottatori che la crisi americana riporta per vie diverse sul ring. Brendan è un reduce dell'Iraq, truce e invincibile, che dal suo ritorno si nasconde ad amici e parenti dietro un cognome falso. Brendan è un ex lottatore sui quarant'anni, che per tenersi la casa mantenere la famigliola a cui lo stipendio da insegnante di fisica non basta, torna a combattere contro avversari più giovani e forti rischiando la vita. I due hanno un legame che però la trama svela a metà film, quindi qui non leggerete di più anche se trailer e altre recensioni hanno ampiamente svelato l'arcano. Per vie diverse arrivano a iscriversi allo stesso mega torneo internazionale con i palio milioni di dollari. Qui sta l'innovazione del film di Gavin O'Connor: due eroi positivi, due protagonisti del film per i quali, senza distinzioni, lo spettatore auspica la vittoria finale, devono vincere quei soldi, pena la bancarotta e la povertà per le persone a cui vogliono bene. Solo uno però vincerà. Il film è godibile e, nonostante la virulenza dello sport le scene sono meno sanguinose di quelle viste ad esempio in Rocky. I motivi di fondo sono i rapporti familiari (la moglie di Tom non vuole che combatta, il padre di Brendan, vuole riallacciare un rapporto d'affetto col figlio abbandonato) e soprattutto l'effetto della crisi economica sulla classe media americana: un fantasma che aleggia come quella del '29 in Cinderella Man. Nonostante la novità del diverso sport alcuni stereotipi dei film di boxe e arti marziali si ripetono: l'irlandese povero ma buono che si fa strada a suon di pugni (sul ring);la presenza dell'allenatore-amico-confidente; la retorica dello sfavorito che batte il campione con cuore e cervello; la spavalderia del vincente che alla fine non paga mai sul ring; il torneo non ufficiale che il magnate di turno organizza chiamando cattivoni palestrati dalla Russia, dall'Oriente e dai peggiori bar del L'Avana. Nonostante qualche deja vu, e un finale un po' troppo buonista e subitaneo, gli amanti del genere non possono perdersi questo film ben fatto, a tratti emozionante che, presumibilmente, avrà vita lunga. (GG)
Carnage
16 novembre 2011
Incensato dalla critica ed erede di un testo teatrale di successo, Carnage non è la spietata, crudele e cinica macelleria sociale che ci si potrebbe aspettare. Due coppie di newyorkesi ricche, civili e politicamente corrette si incontrano perché il figlio di una ha mandato all'ospedale il rampollo dell'altra. Si comincia su toni cortesi, civili, anche troppo cerinoniosi, per finire tra pianti, strepiti, accuse e crisi di nervi. Uno fa l'avvocato di case farmaceutiche, una la scrittrice liberal-intellettuale, un altro il commerciante di successo. Il loro perbenismo si rivelerà un bel vestito indossato per quieto vivere sociale da esseri spauriti o volgari o cinici. Ben recitato da due coppie d'attori di punta (Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly), e ben girato tutto in un appartamento (a parte titoli di testa e coda ambientati nel parco dell'aggressione) da un Roman Polanski che di istinti primordiali se ne intende. Il difetto, di un film comunque ben accolto anche dal pubblico, è la virata in commedia, quasi in burletta, che il film prende proprio quando la tensione dei dialoghi arriva al culmine. Le mogli diventano donnette isteriche, i mariti degli Homer Simpson. Preferivamo una sana deriva da thriller borghese alla Haneke, anche per esorcizzare a fondo il buonismo effettivamente insopportabile delle prime scene. (GG)
Silvio forever
9 aprile 2011
Di questo... prodotto cinematografico (film non è il termine giusto) si è detto che presenta semplicemente fotografie, filmati, interviste, ricostruzioni, audio originali della parabola pubblica e privata di Silvio Berlusconi, dalla nascita al caso Ruby; e che si pone acriticamente, mostrando i suoi successi e i lati oscuri, dando voce ai sostenitori quanto ai detrattori. La prima affermazione è vera; la seconda non del tutto. Se è vero che non ci sono commenti degli autori, il montaggio e la sequenza del racconto, le musiche e le sottolineature della grafica, sono pensati per mettere in risalto le contraddizioni (soprattutto politiche) di Berlusconi, e l'anomala evoluzione, negli ultimi vent'anni, della situazione politica e sociale del nostro paese. Il titolo è lo stesso della canzoncina, intonata dalla voce di una sensuale cantante, che parte sui titoli di coda e che fa il paio con l'altrettanto celebrativa, ma più famosa, "Meno male che Silvio c'è", inserita in precedenza. La voce off durante il film è la "sua" (originale o reinterpretata da un attore quando l'audio era inutilizzabile) e racconta, dal suo punto di vista aneddoti e accadimenti dall'infanzia povera nel dopoguerra alla fortuna imprenditoriale. Nel mezzo si inseriscono i commenti della madre, del padre spirituale, dei fan, di Benigni, Travaglio, Bossi, Luttazzi, Cornacchione; brani di interviste rilasciate a Biagi, Minoli, conferenze stampa varie; e ancora: corna, barzellette, gaffes, invettive contro i comunisti, i giudici, gli avversari; c'è anche l'ormai mitologica discesa di Gregoretti nel mausoleo di Arcore, che qualche anno fa era un documento intrigante e poco noto ma che ormai abbiamo visto e rivisto. Poi ancora: Berlusconi ai comizi, Berlusconi chansonnier, Berlusconi sirenetto in riviera negli anni '60, Berlusconi intercettato con la D'Addario, Berlusconi vincente con la coppa dei campioni ecc. ecc. Insomma niente di nuovo sugli schermi, almeno per chi non abbia già visto simili documentari in programmi come "Porta a Porta", "Anno Zero" o "La storia siamo noi". Perché dunque andare al cinema? Il film non aggiunge altro: non un approfondimento giornalistico, non una nuova lettura storica o sociologica, niente di inedito ed eclatante, nulla che chi detesta il premier, o che lo ama, non abbia già visto o saputo da qualche altra parte. Forse è un film per i posteri, o forse serve a spiegare il fenomeno all'estero. Di certo non cambia di una virgola l'opinione che gli italiani del 2011 già si sono fatta del loro Presidente. (GG)
The next three days
8 aprile 2011
Russel Crowe è il protagonista di un bel thriller diretto e ottimamente sceneggiato da Paul Haggis, remake di un film francese ("Pour elle") del 2007. Interpreta John, un insegnante mite e un po' imbolsito che, suo malgrado, deve diventare un uomo d'azione. La bella e indomita moglie Lara viene infatti condannata per omicidio, e lui, oltre ad occuparsi del figlio, deve trovare il modo di farla scarcerare. Tenta la via legale perché la crede innocente (contro tutti e anche contro l'evidenza) ma ben presto, per evitare che la famiglia vada in pezzi, progetta qualcosa di più radicale. Stiamo parlando di quel genere di film dove la famigliola perfetta viene travolta dagli eventi (anche se qui non è chiaro fino in fondo se Lara sia colpevole o no) e un onest’uomo si trova a dover scegliere se seguire le vie della legge o dare un calcio ad onore e ideali per pensare soltanto al proprio bene. Tutto ciò è reso con un apprezzabile equilibrio di momenti drammatici, dialoghi ben scritti e recitati, tensione, scene d'azione e inseguimenti mai eccessivi. Il protagonista deve imparare a sporcarsi le mani in ambienti malfamati per portare avanti un piano che prende forma e muta con il passare dei mesi (i tre giorni del titolo sono solo il momento cruciale del film). Questo è un film per chi ama le trame complesse, le situazioni da capire da sguardi e mezze frasi, in cui gli indizi sparsi qua e la vanno notati e ricordati per far tornare i conti alla fine. Lo sorreggono una sceneggiatura lineare seppur mai banale; svolte inaspettate; ribaltamenti di prospettiva originali; dialoghi ridotti all’osso, mai didascalici ma essenziali alla narrazione. Come nella prima parte di Psycho ci si sorprende a parteggiare per qualcuno che il senso comune giudicherebbe un criminale: John/Crowe impara a scassinare dai video di internet, è tentato da rapine improbabili, schiva posti di blocco, metal detector e poliziotti particolarmente perspicaci che cercano di impedire quel crimine nel quale lo spettatore in definitiva spera, da un certo punto in poi. C'era il pericolo del solito film sul tartassato che si ribella, con gran stridore di gomme e fischiare di pallottole; invece Crowe, e soprattutto Haggis, hanno centrato la formula per una buona storia che intrattiene, sorprende e alla fine lascia soddisfatti, pur senza scadere in un trito lieto fine. (GG)
Il cigno nero
23 marzo 2011
Ogni tanto, nella storia del cinema, spunta un film sul balletto, e di solito sono bei film, se non capolavori: "Il ponte di Waterloo" (dove per la verità si balla poco), "Scarpette Rosse" e "A Chorus Line" per esempio. Di solito ne sono protagoniste le ballerine (donne: cosa insolita, specialmente per la vecchia Hollywood) e di solito sono storie di protagoniste fragili, in balia di insicurezze, schiavizzate da istruttori di ferro, vecchie etoiles inacidite o impresari dispotici. Questo "Cigno Nero" si allinea a questi esempi: sia per la qualità del film, uno dei migliori dell'anno, sia per la trama. La protagonista, Nathalie Portman, danza per una compagnia di New York di cui aspira a diventare prima ballerina; Vincent Cassel è il direttore che prima del debutto stagionale, con "Il lago dei cigni", decide di sostituire la prima donna (Winona Ryder). Dovrà scegliere tra le tante ragazze quella più adatta al doppio ruolo della protagonista: Odette, il cigno bianco della favola-balletto, tanto pura e soave quanto Odile, il cigno nero sua rivale, è sensuale e subdola. Nina (la Portman) è una perfezionista del gesto e della tecnica, ma manca di cuore. Il film racconta la sua tormentata ricerca della passionalità, sulla scena e nella vita, tra una madre ex ballerina iperprotettiva, Lilly una rivale smaliziata, e Tom, direttore severo che la sprona e la ammalia; ma soprattutto deve fare i conti con la sua testa che le fa brutti scherzi. Infatti la storia ha un lato oscuro: strane presenze, improvvise amnesie, ferite misteriose, apparizioni inquietanti... sono reali o frutto della fantasia di Nina? Parte del fascino del film è che lo spettatore non sa, prima del finale, se sta guardando un thriller, un horror, uno psico-dramma, o un poetico tributo all'arte del balletto, al sacrificio che richiede e alle passioni che ci sono dietro le quinte. E pensare che a questa pellicola, per gli Oscar come "miglior" film e "miglior regia", è stato preferito l'anonimo "Il discorso del Re". Siamo onesti: chi lo vedrà una seconda volta? Chi andrà a comprare il dvd tra due o tre anni?. Va citata per un encomio infatti anche la regia di Darren Aronowsky, quarantaduenne newyorkese che centra un altro ottimo film dopo "The Wrestler". è difficile rendere emozionante il balletto al cinema; ma qui, con cineprese a spalla che "danzano" sul palcoscenico insieme e intorno ai ballerini, lo spirito e il fascino di quest'arte si godono forse anche meglio che dalla platea. L'Oscar l'ha vinto invece Nathalie Portman, che per tutto il film balbetta, piagnucola e chiede scusa impersonificando appunto il cigno bianco; ma la giustificazione del premio arriva nel finale, quando si trasforma letteralmente di fronte agli spettatori nel cigno nero che non a caso da il titolo al film. Come in passato hanno fatto "Scarpette Rosse" (o più prosaicamente "Flashdance") probabilmente questa pellicola ispirerà molte bambine e adolescenti a dedicarsi alla danza (o più prosaicamente a qualche "amichevole" talent show televisivo)... magia del cinema, del balletto, e di quello che indubbiamente è un gran bel film. (GG)
Dylan Dog - Il film
23 marzo 2011
Chiariamolo subito: ha il vestito di Dylan Dog, l'automobile di Dylan Dog, la pistola, il clarinetto, il galeone, persino l'indirizzo di Dylan Dog; ma non è Dylan Dog. Questa trasposizione americana del fumetto bonelliano trasporta la storia dalla nebbiosa e affascinante Londra, ad una New Orleans contemporanea che per la verità si nota solo nei passaggi da una scena all'altra, senza che l'ambientazione abbia particolare importanza nella storia. Il "nuovo" Dylan Dog indaga su tresche matrimoniali e truffe aziendali perché un grande trauma emotivo gli ha fatto voltare le spalle all'incubo. Ma vampiri, licantropi e zombie (tutti insieme) lo richiamano presto a indossare camicia rossa, giacca nera e Clark, abbandonate nell'armadio come fossero il costume di Spiderman. Ritorna così, dopo venti minuti di film, qualcosa di simile al Dylan Dog disincantato e flemmatico, umorista nero e sciupafemmine, amico dei mostri e loro giustiziere, conosciuto da ogni appassionato delle pagine disegnate. Quello che manca sono le scene splatter, quelle erotiche (nel fumetto ci sono, a hollywood no, se il film è per adolescenti), e poi l'atmosfera delle strisce in bianco e nero, quel tocco di malinconia filosofica decadente che ti fa riflettere qualche istante appena girata l'ultima pagina; e soprattutto manca Groucho (presente solo in effige) per il quale gli eredi Marx non hanno concesso i diritti. Al suo posto, come assistente, c'è Marcus: un simpaticone, imbranato, devoto al principale e vagamente fifone, a cui sono affidati tutti gli interventi comici e le freddure del film; tra cui lo scambio di battute col protagonista: "Pensavo che i vampiri non impressionassero le pellicole", "Non si riflettono negli specchi ma in foto vengono molto bene". I mostri invece ci sono tutti: lupi mannari, vampiri, morti viventi che convivono a migliaia con gli umani "respiranti" ("Vivono tra noi" recitava il titolo di uno dei primi, mitici, albi: il numero 13). Convivenza inconsapevole ovviamente, ma pacifica, almeno finché il solito psicopatico megalomane (e in questo caso pure immotale) decide di rompere la tregua e perseguire il dominio del mondo. Non è un horror. Gli autori del film non hanno voluto tentare la via del classico del brivido in scia a Nosferatu, Psycho o Nightmare, come invece hanno fatto con successo quelli del fumetto. Gli appassionati non si aspettino troppo, ma neanche troppo poco. "Dylan Dog - Dead of Night" è uno di quei film alla "Underworld" o "Wolf", in cui vecchi mostri originariamente un po' legnosi vengono rivisitati in chiave moderna: i vampiri saltano fra i palazzi, i licantropi lottano a colpi di kung fu, e l'eroe viene fatto volare per decine di metri con un cazzotto che però lo lascia solo spettinato. Ma se si perdonano questi difetti e si tralascia il finale, che è la solita resa dei conti col mostro quasi onnipotente, sconfitto tra urla diaboliche e fulmini dal cielo, il film si lascia guardare, con una trama che si rivela poco a poco (come tra le pagine dell'originale) con qualche sorpresa finale e, qua e la, alcune scene divertenti e visivamente intriganti. Da citare: la discoteca vampira, il "body shop" e il gruppo di sostegno per mostri, la bara hi-tech, e in generale tutte le scene in cui compaiono gli sfigatissimi zombie. I non appassionati dell'indagatore dell'incubo potranno avere un assaggio (superficiale però) del personaggio, della sua complessità e del suo fascino; i fanatici collezionisti potranno guardare con divertità superiorità ciò che hollywood ha fatto della cretura di Sclavi (c'è anche lui nel film: brutta fine!); ovviamente se non prevarrà lo sdegno per un Dylan Dog che esce di casa con una sacca di armi stile "Commando", che aspetta quasi la fine per sedurre la bella cliente, e che nelle prime scene porta pure le scarpe da ginnastica: orrore!. (GG)
Immaturi
19 marzo 2011
Raoul Bova è uno psichiatra infantile, innamorato della compagna ma che non vuole costruire una famiglia; Ambra Angiolini è una chef, in terapia per disintossicarsi... dalla ninfomania; Ricky Memphis è un agente immobiliare bamboccione che vive ancora con i genitori. Barbara Bobulova è una mamma single alle prese con colleghe di lavoro più giovani e arriviste; Luca Bizzarri è uno speaker radiofonico che per non impegnarsi fa credere all'amante di essere sposato; Paolo Kessisoglu è un donnaiolo impenitente incapace di un discorso serio. In una parola: immaturi, appunto. Di nome e di fatto, in quanto i 5 ex amici dei tempi della scuola si riuniscono quando si scopre che, da quarantenni, devono ripetere gli esami di maturità. Commedia simpatica ma non epocale, mostra un cast di buoni attori e un copione che strappa sorrisi. Momenti da ricordare: Lo psichiatra che impara la vita dai propri pazienti; i siparietti di Ricky Memphis con i genitori Maurizio Mattioli e Giovanna Ralli (ottimi ma limitati a poche scene); il "manifesto dell'orgoglio bamboccione" pronunciato dallo stesso Memphis a difesa delle ragioni di chi insiste a vivere con mamma e papà (ma soprattutto con mamma). Spicca nel film proprio Ricky Memphis, ormai cristallizzato nel ruolo del romano un po' timido un po' smaliziato, che qui però risulta sempre divertente nell'inedito ruolo del secchione ex primo della classe. 23 anni dopo i "Compagni di scuola" di Verdone, la rimpatriata scolastica trova dei quarantenni meno perfidi e traditori ma più insicuri e inconcludenti, in balia della sociètà precaria del 2011 piuttosto che di quella arrivista del 1988. La "reunion" nella villa al mare (funziona sempre) servirà, oggi come allora, a fare chiarezza nelle loro vite. Messaggio per i giovani: farete questa fine; per i quarantenni: chi si accontenta gode; per la generazione precedente: colpa vostra. (GG)
I ragazzi stanno bene
19 marzo 2011
I ragazzi stanno bene... i genitori invece no. Questa, in sintesi è la tesi sociologica del film. Per dimostrarla l'autore ci porta nel sud della California, in casa di una coppia lesbica che negli anni '90 ha deciso di avere due bambini (uno per mamma) dallo stesso donatore anonimo. Annette Bening è un medico affermato e in famiglia è la mamma razionale, autoritaria, che porta i pantaloni; Julianne Moore è quella emotiva, senza un lavoro sicuro, insomma insoddisfatta. I ragazzi del titolo sono Joni (in onore a Joni Michell) e Laser (!): lei diciottenne in conflitto con i genitori e in partenza per l'università; lui quindicenne con amicizie discutibili e sospettato (dai genitori) di omosessualità. I giovani si mettono alla ricerca del padre biologico e trovano Paul, quarantenne belloccio, motociclista convinto, sciupafemmine, benestante coltivatore di prodotti biologici che vende ai radical chic californiani. Il nuovo papà piace ai figli e sconvolge la routine delle madri. Il film vive su toni sommessi: tradimenti, litigi, cattiverie, ma tutto a livelli soft, immersi in un'atmosfera politically correct. Un po' di commedia, con scene ai limiti del comico, un po' di approfondimento psicologico, un po' di conflitto generazionale, un pizzico di lotta di classe, e un tocco di erotismo che spesso evolve in una scena buffa. In definitiva un film piacevole, ma che può risultare noioso per chi non si interessi di dinamiche di coppia lesbo o vini californiani. Sarà il frutto dell'America di Obama? Un'American Beauty (per citare un capolavoro per cui la Bening avrebbe meritato ben più della sola nomination all'Oscar) ma senza cattiveria e tragedia finale; e senza genio. E le candidature ai 4 Oscar tra cui "miglior film" e "sceneggiatura originale"? Non è stata certo questa la migliore annata recente dei vitigni hollywoodiani. (GG)
Il discorso del re
31 gennaio 2011
Se amate i royal movies, cioè i film che raccontano storie tristi sulle vite dei re, che mettono a nudo problematiche familiari, comportamenti asociali, ansie da prestazione di fronte al popolo, non perdete "Il discorso del Re". Siamo nel genere del principe e del povero, del re ed io, di Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone: un monarca spocchioso o altero, circondato solo da personaggi servili e condiscendenti, viene a contatto suo malgrado con un plebeo dallo spirito libero, sfacciato e dissacratore. La fine è nota: il potente imparerà l'umiltà; il sempliciotto dovrà accettare che anche se è un caprone (come cantava De André) è pur sempre Sua Maestà. Colin Firth interpreta il principe Albert, il secondo in linea di successione al trono di Gran Bretagna (anni '30) che a causa della morte di suo padre e del matrimonio di suo fratello maggiore con una divorziata americana si ritrova re alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il problema (Hitler a parte) è che il re balbetta in pubblico, e per compattare gli inglesi e le colonie occorre un discorso fermo, ispirato, e in diretta radiofonica globale. Interviene Lionel (Geoffrey Rush), logopedista australiano, che con poco tatto e molta pazienza cercherà di far superare al nobile cliente paure e traumi repressi. Il film non è molto di più: una piccola storia quasi familiare (hanno parti importanti la reale consorte e le due principesse Margareth e Elisabetta) inserita nella grande Storia; la parabola di un handicap che si può superare con l'impegno e, in questo caso, con il senso del dovere. Riflessione politica in occasione dei 150 anni dall'Unità: se questa è la monarchia (il primo re odia parlare al popolo, il secondo preferisce sposarsi che governare, il terzo teme lo sguardo dei sudditi)... allora viva la Repubblica!. (GG)
Vallanzasca - Gli angeli del male
27 gennaio 2011
Su questo film pesa il confronto con "Romanzo Criminale": stesso regista, Michele Placido; stessa ambientazione nel mondo della mala anni '70-80; stesso pericolo di sconfinare nell'apologia (cinematografica) di reato, come molti si sono affrettati a sottolineare. Ci sono però differenze sostanziali. Questa "biografia criminale" di Renato Vallanzasca, bandito milanese che riempì le cronache per le sue rapine sanguinose, le fughe rocambolesche e gli atteggiamenti sbruffoni con i media, è più simile a pellicole come "Bonnie e Clide" o "Quei bravi Ragazzi" che a "Gli Intoccabili"; è più "Scarface" che "Il Padrino"; più "Il camorrista" che "Gomorra": nella letteratura criminale di celluloide, mentre "Romanzo Criminale" e la saga di Coppola si presentano come affreschi di un'epoca, trame complesse di intrighi, politica, tradimenti, e obiettivi criminosi di grande respiro, "Vallanzasca" e gli altri film citati puntano sul fascino del bandito, sul carisma del fuorilegge, sulla parabola del crimine che alla fine non paga... ma nel frattempo fa spettacolo. Per il resto è un gran bel film: belle le musiche rock originali dei Negroamaro; bella la regia, la fotografia, i costumi e le scene (questi si, in stile "Romanzo Criminale"); bravi gli attori; belli anche la sceneggiatura e i dialoghi, credibili e originali senza scadere nella fiction didattica da un lato, o nell'eccessiva ricerca di frasi memorabili dall'altra. Kim Rossi Stuart è molto bravo: recita in milanese, gigioneggia con amanti, giornalisti e poliziotti, dipinge un Vallanzasca (e un film) che a tratti ha assume i toni della commedia, ma più spesso sottolinea drammaticamente, con scene a volte molto crude, l'assurdità di una vita votata al crimine fine a se stesso. Alla fine, forse, il vero romanzo criminale è la storia di Vallanzasca. (GG)
Che bella giornata
25 gennaio 2011
Checco Zalone (il personaggio, non l'attore) è un improbabile agente della sicurezza di una discoteca che aspira a qualcosa di meglio. Infatti, grazie a un vescovo viene assunto dal museo del Duomo di Milano. Il problema è che non distingue un monaco tibetano da un turista, e il Papa da un tizio qualunque. Lo abborda una ragazza araba, molto carina, che per un secondo fine criminale sopporta le sua ignoranza, le indelicatezze, le strampalaggini, e la pittoresca famiglia.
Checco Zalone (l'attore, non il personaggio) è un comico che ha pescato il jolly: come Chaplin con il vagabondo, ha trovato la sua maschera, e sull'onda del successo del primo film ("Cado dalle nubi") non deve far altro che ripetere la formula. Anche qui è un pugliese a Milano; anche qui è uno sciupafemmine che si innamora della ragazza acqua e sapone; anche qui la sua filosofia sempliciotta e vagamente cinica non vacilla di fronte a religioni o ideali politici vari; anche qui lo scontro di civiltà è vinto con ampio margine dalla solare, mangereccia, trafficona ma "familiare" Puglia (un anno fa trionfò sui leghisti, ora sugli islamici).
Si ride, e tanto, sugli zii ammanicati che aggirano le leggi, e sugli integerrimi carabinieri milanesi che fatalmente si devono arrendere al "meglio non vedere"; Zalone (il personaggio) si allontana dal lavoro lasciando i turisti davanti al cartello "sono al bar, torno subito", e parcheggia sul sagrato del Duomo dichiarando "Sicurezza del vescovo!". Per il resto: divertente Rocco Papaleo che fa suo padre (un militare che preferisce le missioni di guerra alla convivenza con la moglie); da compatire Caparezza che fa se stesso (costretto da "lo Zio" a cantare al battesimo della nipote; bella Milano vista dai navigli e dalle guglie del duomo; bellissima la Puglia di cui si intravedono per poche scene una spiaggia da sogno e un paesino fatto di trulli. Da non perdere l'irriverente e quasi "sacrilega" scena finale. (GG)
Skyline
19 gennaio 2011
Interno borghese con alieno. Skyline si inserisce nel filone di fanstascienza che si potrebbe giustificare: non abbiamo i soldi per un colossal quindi mostriamo l'invasione con gli occhi di un gruppo di amici; poche o zero scene di massa, ambiente ristretto (qui un appartamento in cima a un grattacielo) e il resto computer grafica. Molta critica ha parlato di "già visto" ed in effetti c'è un po' di "Indipendence Day" (battaglia erea, astronavi sulla città), un po' di "Matrix" (le navette e i cacciatori alieni) un po' di "Guerra dei mondi" (i tentacoli esploratori) e molto di "Cloverfield" (aspetto degli alieni giganti e soprattutto l'atmosfera del film) piccolo capolavoro del genere che consigliamo perché poco noto. La trama: alieni misteriosi occupano Los Angeles senza preavviso e rapiscono (aspirano in realtà) tutti gli abitanti; per farne che? Mistero, almeno all'inizio. Noi guardiamo il tutto dalle finestre di un attico di lusso dove alcune persone si sono trovate dopo una festa. Scappano? No: restano li per quasi tutto il film, fino alla battaglia finale. Poco credibile? Il film è comunque godibile, per gli amanti del genere. Per gli altri... un consiglio alle donne: se avete ancora un po' di orgoglio di categoria evitate "Skyline"; le "femmine" sullo schermo sanno solo urlare, piangere, obbedire ai maschi e restare incinta. (GG)
The Tourist
29 dicembre 2010
Lei è l'amante di un truffatore in fuga, pedinata dal gangster truffato e dall'Interpol, prima a Parigi poi a Venezia. Lui è un provincialotto americano in vacanza in Europa. Lei è Angelina Jolie, che attraversa il film in un crescendo di eleganza: quasi mai senza i guanti lunghi e altera come una contessa, sia che indossi una vestaglia di seta, sia con l'abito da gran sera. Lui è Johnny Depp, un moderno Cary Grant: tirato dentro suo malgrado in un "intrigo internazionale" potenzialmente letale. Lei lo raggira e lui se ne innamora. Tutti cercano (o cacciano) l'imprendibile Alexander Pierce: chi per amore, chi per lavoro, chi per denaro e vendetta. "The Tourist" è un piacevole... soft thriller: una trama complicata ma non troppo con buone dosi di romanticismo ed umorismo. In questo aiutano le riuscite partecipazioni di contorno di diversi attori italiani: Christian De Sica è un ambiguo tutore della legge; Raul Bova un nobile playboy; Neri Marcoré un riservatissimo concièrge d'albergo, Nino Frassica un goffo carabiniere. Venezia ci fa una gran figura: bellissima e mai scontata, sia in pieno giorno che nelle scene notturne; sia percorsa in motoscafo tra moli e canali, sia vista dalle finestre di alberghi lussuosi o dai tetti di antichi palazzi. Il film va avanti piacevole e leggero, senza eccessivo rumore di pallottole o esplosioni come è regola per altre pellicole del genere. Chi non deve perderlo sono i fan di Depp e Angelina, due attori dal fascino un po' agé che riscuotono però immutata l'ammirazione affezionata di moltissimi cinefili, uomini e donne. (GG)
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
26 dicembre 2010
La vita è "una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furia,che non significa nulla". E' una citazione dal MacBeth di Shakespeare che apre e chiude l'ultimo film di Woody Allen. A parte il riferimento all'idiota (Allen è nell'Olimpo del cinema, e li rimane qualunque cosa faccia) potrebbe essere anche la sentenza di condanna per questo film. Protagonista è una coppia della borghesia intellettuale newyorkese... pardon... londinese: lui scrittore in crisi, lei assistente frustrata di un gallerista di successo. Poi ci sono i genitori di lei: il padre che per paura di invecchiare molla la moglie, si da al fitness e si mette con una volgarissima attricetta/prostituta di trent'anni più giovane; la madre che per lo shock si affida in toto alle predizioni di una maga. Insomma i soliti personaggi solitari che cercano altrove l'amore e la realizzazione, salvo comprendere, troppo tardi, che il rumore e la furia della vita sono inutili fatiche. Il problema è che Allen queste cose le ha già chiarite in decine di film e in una mezza dozzina di capolavori, e i personaggi fatalmente risultano già visti (soprattutto da chi lo venera): lo scrittore senza idee di "Harry a pezzi"; l'uomo maturo che si mette con una che potrebbe essere la figlia come l'Isaac di "Manhattan"; la gallerista col matrimonio in crisi e il desiderio di maternità come fu Amanda in "La Dea dell'Amore"; e soprattutto la prostituta procace, dalla voce stridula già vista ne "La Dea dell'Amore". Qui però, oltre all'originalità, mancano la presenza scenica del regista e la messe di battute fulminanti e perle di cinica saggezza. Dopo il piacevole tuffo nel passato di "Basta che funzioni", il genio di Manhattan deve aver pensato che la matrice potesse stampare ancora altre riproduzioni valide, ma ha ottenuto solo una copia conforme. Qualche tocco di classe c'è ancora: come quando la figlia si accorge che consigliare alla madre di frequentare una maga per evitarle la depressione, ha avuto effetti imprevedibili e ben più disastrosi per lei stessa; o come quando lo scrittore, che sembrava aver ottenuto con l'inganno il successo e l'amore (come predetto dalla maga) vede infine approssimarsi un orrendo contrappasso alle sue malefatte. E Londra (dove è ambientata la vicenda)? E' una sagoma di cartone sullo sfondo: i personaggi di Allen si muovono sempre a Manhattan, tra le gallerie d'arte, le piccole librerie nascoste nelle stradine, i marciapiedi sempre ben curati, i giardini e i vivai che incorniciano gli amanti, e i "deliziosi ristorantini dietro l'angolo". A chi consigliare questo film? A chi non ne abbia mai visto uno di Woody Allen, per avvicinarsi alla sua poetica e alla sua filosofia, con l'obbligo però di andare subito dopo a vedere i capolavori "originali": "Manhattan", "Io ed Annie", "Mariti e mogli", "Hanna e le sue sorelle", "Harry a pezzi". Questo film è un riflesso di quelli; non brutto, non sbagliato; è come la riproduzione autenticata di un capolavoro del maestro: può stare nella collezione, ma nel corridoio, non in bella vista nel salone principale. Chiedo perdono, divo Woody, e aspetto fiducioso il prossimo film... ancora una volta. (GG)
Impero - in viaggio seguendo una moneta.
di Alberto Angela - Mondadori Editore
Un sesterzio che passa di mano in mano, in un anno particolare del regno di Traiano, è l'espediente narrativo che Alberto Angela utilizza per far partire un lungo viaggio; un itinerario in cui l'autore accompagna il lettore attraverso tutto l'impero romano. E' il periodo di massima estensione della potenza romana, e il sesterzio, circa due euro di oggi, cambia padrone molte velocemente: dalle mani di una maga dell'Urbe a quelle di un centurione in marcia per il fronte, dalla borsa di uno schiavo gallico a quella di un governatore del nord, dalla tasca di un mercante d'ambra a quella di un barbaro romanizzato. La moneta unica è uno dei simboli dell'impero, manifesto del sovrano (c'è il suo volto sopra) e delle sue capacità (sul rovescio di solito c'è un monumento o un territorio conquistato). Questo particolare sesterzio, un po' crepato e coniato in tutta fretta per celebrare la vittoria di Traiano in Dacia, contribuirà ad accrescere il prestigio dell'impero passando per Londra e Parigi, Atene e Alessandria; viaggerà all'Hispania alla Siria, dalla Mesopotamia ai confini settentrionali della Caledonia. Con una scrittura semplice e colloquiale, Angela parla al lettore come fa al telespettatore. Il libro infatti alterna pagine in cui i personaggi interagiscono come i protagonisti di un romanzo storico, ad interventi in cui il divulgatore si rivolge direttamente al lettore, per approfondire un aspetto della quotidianità di duemila anni fa. Come mangiavano i romani e gli altri popoli dell'impero? come pregavano, vestivano, viaggiavano, combattevano? che cosa portavano in valigia? che barzellette raccontavano? che epitaffi lasciavano? e come si baciavano? Il tutto avallato da studi storici e ritrovamenti archeologici. Inaspettatamente Angela si concede anche pagine poetiche e romantiche: quando descrive un'alba germanica o un incontro clandestino tra due amanti. Altre volte divaga brevemente tra antichità e modernità per stigmatizzare e storicizzare grandi piaghe dell'umanità, come la schiavitù e la guerra. Ma la forza del libro è il quadro d'insieme di un mondo antico, ma organizzato come quello odierno; un impero che offriva a molti dei suoi abitanti sicurezza, benessere, possibilità per il futuro, una lingua, una legge e una moneta uniche; un mondo multietnico ma, come sottolinea l'autore, a differenza del nostro, monoculturale. Chi ama le rievocazioni e i documentari riguardanti l'antica Roma, troverà in queste 500 pagine una piacevole lettura, un'immersione profonda nella società dei nostri avi, per scoprire che molto è cambiato ma molto di più è rimasto come allora. (GG)
Angeli e Demoni: intrighi a Roma
13 maggio 2009
Fede e scienza, religione e materialismo, illuminismo e oscurantismo, in due parole, appunto: angeli e demoni. Il film di Ron Howard cavalca benissimo il successo del romanzo di Dan Brown (a differenza dell’insipido Codice Da Vinci) e confeziona 138 minuti di azione avvincente e intreccio interessante. Dai laboratori del Cern in svizzera alle più segrete stanze vaticane, dai recessi di Castel Sant’Angelo ai sotterranei delle chiese barocche, il protagonista (Tom Hanks) corre in lungo e in largo per Roma alla ricerca di quattro cardinali rapiti e di una bomba nascosta. La trama: all’indomani della morte del Papa si riunisce il conclave (Howard sfrutta bene l’immaginario dei funerali di Giovanni Paolo II che tutti abbiamo ancora negli occhi), ma la setta degli Illuminati rapisce quattro elettori e minaccia di ucciderli prima di far esplodere un potente ordigno all’interno della città eterna. Hanks deve cercare indizi, comprendere messaggi criptici, trovare nell’immenso patrimonio artistico della città i giusti riferimenti ad opere d’arte e luoghi legati a scultori e architetti del passato. Roma ne esce benissimo: spirituale e viva, moderna e affascinante, splendente di marmi e di luci notturne (l’arco temporale del film è raccolto in poche ore precedenti la mezzanotte). Sullo sfondo ci sono le lotte intestine alla Chiesa, i conflitti di competenze tra polizia italiana e guardie svizzere, ma soprattutto le frizioni tra scienza e religione cattolica in cui, per una volta, sono i fanatici della prima a perseguitare i rappresentanti della seconda. Da vedere. (GG)
Cinema: Milk, un Oscar alla tolleranza
23 febbraio 2009
Il film di Gus Van Sant ha fatto incetta di nomination per l’Oscar e ha centrato due delle categorie più importanti: per il migliore attore protagonista e per la sceneggiatura originale. Il film è la storia degli ultimi anni di vita di Harvey Milk, che da grigio avvocato di New York, nel ’70 decide di trasferirsi a San Francisco, ritenuta più aperta di vedute e tollerante. Milk infatti è omosessuale e si impegna fin da subito a tenere unita la comunità gay della città puntando a farsi eleggere al Municipio. Il film si sviluppa fino alla tragedia finale, intrecciando la vicenda umana di Harvey, densa di rapporti sentimentali difficili, e quella professionale del Milk politico, bersaglio di feroci campagne dei conservatori, che infine riesce a diventare il primo omosessuale dichiarato d’America a farsi eleggere a una carica pubblica. I punti di forza del film: la valenza documentaria di un pezzo di storia degli Stati Uniti; l’ambientazione anni ’70 ricostruita con credibilità pur senza grandi mezzi ed utilizzando soprattutto interni e filmati d’epoca; la recitazione dei protagonisti (non a caso Josh Brolin è stato nominato come attore non protagonista, nei panni dell’amico/nemico Dan White); e il messaggio del film, che insegna tolleranza tramite lo mostra dei sentimenti senza cadere mai nel macchiettistico o nello stucchevole, pur potendo puntare sul “martirio” finale di Harvey Milk. (GG)
Israele Palestina. Due storie una speranza
Libreria Feltrinelli - 20 ottobre 2008
Lunedì 20 ottobre, la libreria Feltrinelli di via Vittorio Emanuele Orlando, presso piazza della Repubblica, ospiterà alle 18 la presentazione del libro “Israele-Palestina. Due storie, una speranza”. Il volume si focalizza sul tragico capitolo del conflitto israelo-palestinese analizzandone nella prima parte le radici storiche: la questione di Gerusalemme, il punto di vista dei viaggiatori occidentali nella Palestina del XVIII e XIX secolo, l’approccio britannico alla gestione della Terra Santa, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, le ragioni dei profughi ebrei, le responsabilità dell’Occidente e dell’ONU, la strumentalizzazione della causa palestinese da parte di alcuni Paesi arabi, la differenza storica e culturale tra la Giordania e la Palestina e il ruolo d’Israele nell’attuale scenario internazionale. Con l'ausilio di un’ampia mole di documenti d’archivio, fonti bibliografiche e testimonianze giornalistiche, i diversi capitoli affrontano il conflitto nelle sue diverse prospettive, per poi andare ad analizzare le responsabilità delle istituzioni internazionali, dei paesi occidentali e di quelli arabi. La seconda parte è dedicata all’interessante confronto di interpretazioni tra gli esponenti della “vecchia storiografia israeliana” e quelli della “nuova storiografia israeliana”. Differenze di vedute che portano alla tesi sostenuta nel libro, che constata l’impossibilità di attribuire definitivamente tutte le responsabilità della situazione attuale all’una o all'altra parte. L'autore, Lorenzo Kamel, giornalista free lance attualmente impegnato in un Master alla Hebrew University di Gerusalemme, da anni svolge ricerche sul tema in archivi, librerie, biblioteche e università inglesi, israeliane, statunitensi ed italiane. Parte di questo corpus documentale, con testimonianze a volte inedite e sorprendenti, è stato raccolto in questa pubblicazione che può interessare tanto lo studioso di problemi mediorientali, quanto il comune lettore che voglia formarsi un’opinione in base a fonti in gran parte mai proposte prima al lettore italiano. Alla presentazione saranno presenti l’autore, il giornalista del TG1 Paolo Di Giannantonio e il prof. Claudio Lo Jacono, ordinario presso l’università L’Orientale di Napoli, presidente dell’Istituto per l’Oriente C.A. Nallino e direttore del quadrimestrale “Oriente Moderno”. Il volume, di 400 pagine, pubblicato da Editori Riuniti, sarà nelle librerie a partire dal 31 ottobre.