mostre
Henri Cartier-Bresson. Immagini e parole.
Palazzo Incontro - del 20 gennaio al 6 maggio 2012
Chi conosce l'opera di Cartier-Bresson sa bene che le parole non vi godono di molto spazio: le didascalie che da sempre accompagnano i suoi scatti sono scarne, ridotte all'osso: un luogo, una data e raramente qualcosa in più. Degli uomini, delle donne e dei bambini, che da oltre 80 sono nell'immaginario di qualunque appassionato di fotografia, non si sa nulla o quasi; ne il passato, ne il destino. Di loro resta quel presente, quell'istantanea che Henry Cartier-Bresson ha elevato a linguaggio artistico della fotografia, ispirando generazioni di seguaci.
Alcuni anni fa però, quando il maestro era ancora in vita, si chiese a uno stuolo di artisti celebri di associare un testo a quelle foto: ad ogni scrittore, poeta, pittore, regista, collega fotografo chiamato a questo invidiabile compito, fu inviata una foto e attese risposta. Questa mostra, promossa dalla Provincia di Roma, organizzata da Contrasto, Magnum Photos e Fondation Cartier-Bresson in collaborazione con Civita, riprende quel progetto aggiornandolo con nuove foto e nuovi interventi autorevoli; ne risulta un allestimento di 44 stampe in grande formato ed altrettanti commenti che le affiancano. Le foto sono tutte, ovviamente, in bianco e nero, e svariano dal paesaggio al ritratto, dal reportage urbano a quello sociale, ritraendo persone e situazioni dalla Cina agli Stati Uniti, dalle pianure africane alle montagne indiane, dalle chiese Abruzzesi ai bordelli sudamericani.
"Immagini e parole" quindi; dove le parole sono di personaggi come Eduardo Arroyo, Alessandro Baricco, Robert Doisneau, Mario Giacomelli, Milan Kundera, Arthur Miller, Leonardo Sciascia. Tra i commentatori c'è chi, come lo scrittore giapponese Kobo Abe, ha descritto le emozioni provate di fronte all'immagine di un giovane messicano seminudo. C'è chi, come il fotografo Manuel Alvarez Bravo, ha fatto un semplice encomio, non scendendo nei particolari del ritratto di un povero padre seduto a terra col bambino in braccio. C'è chi ha parlato dell'influenza che l'autore ha avuto nella sua formazione e chi ha contestualizzato l'immagine, come lo scrittore Alain Jouffroy con la celebre foto dell'eunuco cinese. C'è chi, come Antonio Tabucchi, ha inventato di sana pianta una bella storia di poche righe sulla foto di due bambini nudi che giocano a palla su una spiaggia africana. C'è chi si è abbandonato al lirismo della scena, come il saggista Jean-Pierre Montier, nel commento della foto che accompagna questo articolo. C'è anche chi, sostanzialmente, ha rifiutato il gioco, come il regista Jim Jarmusch che sentenzia: "il linguaggio è superfluo". C'è infine chi, come il pittore israeliano Avigdor Arikha, ha cercato di spiegare scientificamente il rapimento che si prova davanti a certe foto di Cartier-Bresson, analizzando geometrie, equilibri di chiari e di scuri, perfezione dell'inserimento del fattore umano; tutti gli elementi per creare in un istante una scenografia che ha del miracoloso. La sua digressione riassume perfettamente le ragioni per andare a vedere questa mostra, e dunque la riportiamo integralmente a fine articolo*
Per il lettore che non lo conoscesse, Cartier-Bresson è uno dei pionieri della moderna fotografia. Cominciò a fotografare con la Leica 35mm, nel momento preciso in cui questa tecnologia permise di tagliare i legami troppo stretti che l'arte fotografica aveva ancora con la pittura. Liberato da tempi di posa lunghi e macchine ingombranti, Cartier-Bresson cominciò a percorrere il mondo, senza precetti accademici da seguire o stilemi rigidi in cui inquadrarsi, contribuendo così ad aprire la strada a quanto è venuto dopo.
Le foto di Cartier-Bresson, non sono posate, non sono studiate, non sono certo perfette tecnicamente. In esse, come dice il fotografo Ferdinando Scianna, c'è la totale "assenza di pittoresco". La maggior parte delle scene urbane di Valencia, Pechino, Berlino, New York o Parigi possono valere per qualunque città, per qualunque decennio del secolo passato. Il fruttivendolo spagnolo, i tassisti tedeschi, gli operai russi, i devoti italiani, le prostitute messicane, potrebbero essere inglesi, argentini, norvegesi o giapponesi; perché il fotografo raramente indaga la società o l'attualità in cui si trova. Preferisce immortalare l'uomo, il luogo e il momento preciso in cui questi hanno stimolato la sua arte.
(Giuliano Giulianini)
*"Si direbbe che possieda un compasso nell'occhio. In effetti, ogni immagine fotografata da H.C-B. è rigorosamente definita nelle sue proporzioni, nella dinamica e nelle divisioni di neri e bianchi. I soggetti si offrono a lui miracolosamente, come a comando. Vengono formulati in anticipo. Il fatto è che, come un'aquila, il suo occhio - occhio di pittore - è particolarmente vigile. In un soggetto qualsiasi, riesce a vedere di cosa questo soggetto sia fatto e, in questo modo, nessun soggetto è uguale all'altro. L'immagine di fronte a me (ricorda come composizione il "Martirio di San Giovanni" di Caravaggio), "Ultimi giorni del Kuomintang", Pechino, 1949: in uno spazio orizzontale perfettamente in squadra, due uomini. Uno, immobile, guarda altrove; l'altro mangia e fissa la sua ciotola. Il nero sulla sinistra e il bianco sulla destra creano la tensione. All'angolo di ombra nera sulla sinistra corrisponde la porta sulla destra, sopra cui un secondo rettangolo concentrico crea un ritmo ipnotico. Alla sua immobilità silenziosa corrisponde l'uomo seduto che mangia. E' posto esattamente all'intersezione armonica del nome d'oro. Stringe una tazza nella mano. Un'altra tazza, posata sul tavolo, rimanda come un'eco alla prima. Il berretto nero fa da contrappunto. Ombre spezzate e diagonali tagliano dall'alto in basso e da destra a sinistra, agitando l'orizzontalità tranquilla della scena. Tutto questo ha del miracolo".
(Commento di Avigdor Arikha alla foto "Ultimi giorni del Kuomintang" di H.Cartier-Bresson)
Via dei Prefetti 22 (Tridente)
Orari: mar-dom 10-19
Ingresso: intero 6 euro; ridotto 4 euro
Per informazioni: tel. 0632810; www.fandangoincontro.it
Nella foto: Ile de la Cité, Parigi, 1952. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto
